posted by doctor_faustus @ 20:32 - domenica, 13 luglio 2008
La scoperta della lingua inglese. Rileggendo Eliot (una vecchia intervista, posta dopo l'edizione italiana dei Quattro quartetti) scopro una frase curiosa: l'inglese sarebbe una lingua più bella del francese. E allora non posso fare a meno che tornare alle mie grammatiche, mettermi a leggere mille e mille cose in inglese. Che Eliot abbia ragione? Insomma, come in una sorta di meraviglia estetica inaspettata, io riscopro l'inglese. Doyle, ma anche Marlowe e poi proprio il mio vecchio Pound: tutto mi è d'aiuto per capire quanto l'inglese sia bello. La mia bulimia mi trascina lontano e anche a casaccio. Bello, l'inglese, duro e frammentario. Ora ascolto Neil Young, Down by the river. Si, proprio così. Anzi, yeah.
posted by doctor_faustus @ 09:18 - domenica, 13 luglio 2008

posted by doctor_faustus @ 09:14 - domenica, 13 luglio 2008

posted by doctor_faustus @ 10:13 - giovedì, 10 luglio 2008
In un libraio di libri antichi trovo una meravigliosa operetta: una storia delle imprese di Eugenio di Savoia in Ungheria durante la sua campagna contro i turchi. Non lo compro, e me ne pentirò per l'eternità. Già pregustavo il dolce senso del tempo che avrei sperimentato leggendo le pagine giallastre di quel volume del XVII secolo, scritto in ungherese e volto nella pagina a fronte in un italiano ancestrale. Ma ormai è tardi, rien ne va plus.
Tra qualche ora mi attende il viaggio. Un balzo fino a Roma, poi in Sicilia. Ho poco tempo. Prendo una tisana calda, in cui spremo del limone e faccio cadere molto miele, in un piccolo ritrovo sotto i tigli. Ottimo. Poi corro a scrivere le mie ultime cose da Budapest. Ci tornerò in settembre. Naturalmente con l'avvicinarsi dell'autunno questa città sarà più bella: tutto prende bellezza d'autunno (Racconto d'autunno di Landolfi - tutta la mia vita è una serie di collezioni autunno-inverno elaborate in lunghe e insopportabili estati? Peut être...).
Ieri ho preso The hound of Baskerville di Conan Doyle, in versione piccolissima. Me lo tengo tra le labbra, facendolo sortire dalla tasca come un cameo (un'edizione decisamente tascabile...). Mi diverte, ma non solo: il ragionare è sempre svelare la banalità delle cose, che alla fine si svelano talmente evidenti da essere disgustose. Si, a tratti mi è sembrato un libro filosofico. Ora devo tornare a fumare la pipa. Elementare, Watson...
posted by doctor_faustus @ 20:39 - martedì, 08 luglio 2008
Budapest, Mini Panzió. Appena di ritorno. Prima la cena: zuppa di aglio con formaggio e croste di pane; dolce al curry e alla cioccolata; acqua, molta acqua. Il locale era mezzo morto (come piacciono a me), la luce fioca - garbatamente sepolcrale. Ho trascorso tre quarti d´ora fatti tutti di perfette illuminazioni, ragionando di sistema, di mostruositá e deformitá della ragione, di categorie, tutto scritto su un quadernetto minutissimo (anche questo, ovviamente, secondo l´abito mio).
Oggi, nel volo tra Roma e Budapest, ho continuato a rileggere Argo il cieco di Bufalino. Si, lui mi appaga in tutto - siamo il medesimo. Ma si puó dire una cosa del genere senza confessarsi nello stesso istante? Confessare cosa, chiedete? Dovete leggere quel libro, per capirlo. Ma, in ogni caso, si puó comunque accennare: confessare malinconia d´animo come malattia dello spirito. Confessare, appunto.
posted by doctor_faustus @ 15:51 - lunedì, 07 luglio 2008
Ascoltando i Beatles. Non mi piacciono, almeno non più di quanto non debba piacere quel che deve per forza piacere. N'est pas?
Ascoltando Long long long penso a quanto io sia disperso. E, naturalmente, anche che questa dispersione è la mia condizione perfetta. Sono quasi le cinque di un qualsiasi settimo giorno di luglio. In effetti io non mi sento diverso da ieri. Ma neppure troppo uguale. Si continua, perfettamente consapevoli che la fine del mondo è già qui, chaque jour. Basta allungare la mano per prendere una ciocca di capelli a qualche angelo dell'apocalisse.
Cuffiette alle orecchie, gusto il senso profondo della mia autonomia (leggi: autisticità). Attaccato al mio portatile, sempre più piccolo di quello che avevo l'anno scorso. Tendo a rimpicciolire il mio mondo, a chiuderlo: anche il mio mondo elettronico. Più sembra una scatola (o una cassa, da morto) e meglio si sta. Ja, da, oui, yeah! Sic stabimus optime... Già, optime...
Yeah, i love you, i want you, i need you... oh, bye... i love you...
posted by doctor_faustus @ 00:10 - lunedì, 07 luglio 2008
Ho avuto bisogno di tempo per capire che sono solo. La solitudine è una condizione che si vuole sempre nascondere. Non ho mai capito perché la solitudine si vergogni di essere se stessa, eppure è così: prova sempre a fingersi altro, a camuffarsi, a negarsi e non farsi riconoscere. Io ho avuto bisogno di almeno quindici anni per capire quanto fosse radicata la mia solitudine, di quanto io e lei fossimo la medesima cosa, senza avere bisogno di vergognarmene.
Ho cambiato decine di donne, sacrificate tutte sull'altare del mio autismo: oggi ho fatto il triste conto, senza particolari soddisfazioni; il mio dongiovannismo è stata una necessità disperata, un tentativo all'iperbole. Non mi ha mai fatto piacere sacrificare tutte quelle donne, ma era davvero l'unico modo in cui avrei potuto capire me stesso; non riesco a sentirmi colpevole. Ora sono solo e le porto tutte dentro di me, molto più di quanto ciascuna di loro possa immaginare.
Ascolto il mio caro Bruno Lauzi: "Ora accendi nel buio la tua sigaretta, ti porta lontano la fretta". Mi viene da sorridere, da solo, a me stesso. Perché no? Mi sorrido, sapendo di essere il mio unico possibile orizzonte, chiuso in una malinconia, in una tristezza e in un dolore che nessuno potrà mai infrangere. E tutto questo è il mio bene più grande.
Dopo anni e anni di ricerche e tentativi di comprensione, oggi mi trovo a tornare lì dove ero prima di tentare la via per uscire dal mio cerchio dello yazide. Sono forse più sfiduciato, ma anche molto più sensibile e delicato di prima. Sono più cinico, ma anche molto più ricco dei miei incanti.
Buonanotte.
posted by doctor_faustus @ 18:43 - sabato, 05 luglio 2008
Buongiorno, Papà. Hai i capelli un poco sfatti, il vento te li porta sempre lontano e li scompiglia. La tua giacca sa un poco di armadio: a volte ti capita, Papà. La tua giacca di lana a quadretti. Hai anche la pipa rovesciata al contrario nel taschino della giacca. La stessa pipa che io ho tentato tante volte di fumare, Papà, con assai poco successo. Ora è di nuovo con te.
Sì, ti aspettavo qui davanti per vederti qualche istante prima. Sai quante cose ho fatto, Papà? Te le volevo raccontare e non ce la facevo ad aspettare. Quest'anno sono quindici che te ne sei andato via. E io non ho avuto neppure il tempo di dirti qualche cosa di intelligente. Neppure di salutarti, tu lo sai bene. Mi hai perdonato, Papà? Dimmi che mi hai perdonato.
Ho avuto solo il tempo di raccattare le tue cose, mentre un infermiere mi chiedeva quanti anni avevi. Erano tutte in un armadietto arrugginito di ospedale. Ma ora che sei tornato le potremo riportare a casa. Vero? Potrai rimettere i tuoi occhiali sul comodino e la sera vedremo la televisione insieme e ci racconteremo il come di tutto e il perché di niente. Si, certo che sarà così.
Ecco perché ti sto aspettando davanti alla casa, perché non c'è neppure un minuto da perdere. Ne abbiamo già persi abbastanza di minuti - e poi di ore, di giorni, di mesi, di anni. Si possono contare tutti, ma ti giuro che non varrebbe a niente. Anche tu lo sai, certo. Anche tu sei stato lontano e anche a te saranno pesati.
Ora però ti potrò raccontare. No, non ti chiederò l'inverso: di certe cose non si può dire nulla. Però vorrei dirti tutto quello che ho fatto io, pensando che tu mi avresti guardato e che alla fine non ti saresti pentito di tuo figlio. Si, tuo figlio che corre e che lavora, forse solo per te. Perché è giusto che tu veda che, anche se hai dovuto lasciarmi solo, io ce l'ho fatta a diventare quello che volevamo.
Ma ora siediti, Papà. Guarda i miei libri, leggi le cose che ho scritto. Si, anche quel libro di poesie: l'ho scritto io, sai? Me ne vergogno un poco, ma so che tu capirai. Si chiamava, Amalia, Papà. L'avrei amata come l'angelo, come tu hai fatto con la mamma. Poi lei è andata via, e a me sono rimaste in mano le parole.
Vedi questa foto? Sarah. Sarah ti sarebbe piaciuta, Papà. L'ho dovuta lasciare per lo studio, e poi ero piccolo e non capivo ancora. Ora è felice e aspetta un bambino. Sarah ti sarebbe piaciuta e se tu fossi stato qui, forse, mi avresti consigliato di non lasciarla. Ma intanto è andata così.
Vedi i miei due libroni? Li ho dedicati a te. Alla tua cara memoria. La poesia di Hölderlin sembrava scritta proprio per darti piacere di leggerla. Te la meriti, Papà. Non sei stato tu a mettermi su questa strada? Si, sei stato proprio tu, che credevi in me anche quando ero solo un pulcino spaurito e confuso.
I miei amici, Papà. Ti devo presentare anche loro. Certo, stasera stessa. E poi, scusami tanto, devo presentare anche te a loro. Mi hanno sentito parlare di te, di sfuggita. Qualcuno ti ha anche visto, era forse al tuo funerale. Non so cosa penserebbero di te. Ma sarà bello vederti tra i miei amici. Ci vedrai scherzare, ti piacerà. Anche tu sorriderai.
Ti immagini, Papà, se io ora dovessi farti ascoltare tutta la musica che mi piace? Perderemmo giorni e giorni. Dimmi che abbiamo tutto quel tempo. Dimmi che non andrai via presto, che potremo ascoltare e ascoltare, come se tu non dovessi mai più partire.
Poi ti devo raccontare di tutte le volte che sono stato male, un male oscuro, di cui non capivo la provenienza. Ho tentato di spiegarlo in tutti i modi. Sembra che dopo la tua morte io mi sia chiuso in me stesso. La Signora Madre lo ha detto una volta, e io l'ho segnato nella mia mente. Era proprio vera.
Beviamo un poco di birra, Papà? Fumiamo insieme la pipa? Ti va se chiamiamo anche gli altri fratelli e ceniamo tutti insieme. Tu non conosci nessuno dei nostri nipoti, Papà. Nessuno. Potremmo dirti come sono fatti, e raccontarti tutto di loro. Anche i minimi particolari delle cose che non hai potuto vedere.
E poi devo dirti di tutti i viaggi che ho fatto, le persone che ho conosciuto, i luoghi che ho visto. e cose che mi hanno fatto ridere e quelle che mi hanno messo una tristezza infinita. Perché questo mondo non è proprio un bel posto, anche se è l'unico che abbiamo e io tento di ararlo, dissodarlo, metterci qualche seme che possa crescere. Forse è la cosa più bella che ho imparato da te.
Sai, Papà, c'è tanta gente a cui non mi sono spiegato. Tanta gente che non mi ha capito o non mi poteva capire. Tante persone che mi hanno ferito, tante altre che ho ferito. In un senso o in un altro, caro Papà, di sofferenza ne è passata da questo mio piccolo petto. Ma non saprei cosa pensarne. Mi dici tu, Papà, cosa bisogna pensarne?
E poi prendiamo la Uno grigia, andiamo da Hobby e modellismo, regalami qualche cosa da costruire (e i colori, i pennelli, insieme a tutot il resto). Aspettiamo che arrivi la tua pensione e divertiamoci insieme a guardare scatoli e altro. Tu, nel frattempo, parla con il proprietario. Io guardo li scatoli e scelgo.
Quante cose, Papà. Come si fa a raccontarle tutte? Come si fa? Tu eri in fondo al mio cuore Papà. Difficile dirti dove, forse in un angolo o forse dappertutto. E ora che ti vedo arrivare quasi non ci credo.
Quella mattina, quando te ne sei andato, io mi sono chiuso in bagno. Ho capito che non avrei dovuto piangere. Non fuori dal bagno. Ho singhiozzato in silenzio, davanti allo specchio. Poi ho asciugato gli occhi e sono uscito. Eri giallo, in ospedale. Giallo: era un insulto. Ma questa è la morte, caro Papà, un semplice schifo, in cui non c'è niente di poetico o di incantato.
Ora che sei qui, però, possiamo ridere anche di lei. Chi se ne frega della morte, Papà. Ora tu sei tornato.
posted by doctor_faustus @ 18:13 - sabato, 05 luglio 2008
Quel giorno lì, quando insieme cammineremo nel parco, io saprò che tu sei finalmente arrivata. Sarà forse il giorno della mia morte, un attimo prima - ma comunque sarà il giorno giusto.
Saremo forse ai jardins de Luxemburg, oppure più semplicemente alla villa Mazzini o sotto qualche fila di cipressi vicino al piovego di Padova. Dovunque saremo, noi saremo per sempre.
Non sarà forse un giorno di pioggia - o forse sì; non sarà forse un giorno di maggio - o forse sì; non sarà neppure un giorno di settembre pieno di vento - o forse sì: comunque sia, sarà il giorno giusto.
Io indosserò un vestito di morte, perché è di nero che l'intelligenza è vestita quando va incontro alla felicità. Tu avrai qualche cosa di semplice, senza dimenticare che anche la semplicità è una malizia riservata a pochi.
Basterà un solo attimo di tempo per redimermi di tutte le cose che mi hanno sporcato l'anima. E sarò puro, puramente me stesso. Tu mi leverai di dosso tutte le mani che mi hanno toccato e mi chiamerai per nome.
A quel punto potremo cantare insieme La casa nel parco e il mondo intero avrà buon corso a crollare, macinarsi, rendersi polvere. Io e te saremo salvati.
Ma quanto è lontano, poi, quel giorno? Da questo momento in poi, sperando che arrivi, starò zitto e farò finta di non esserci: perché io sono solo l'ombra di me stesso, un'ombra a cui tutti plaudono e che recita solo per il tempo necessario ad aspettarti.
Si, io ti aspetto.
posted by doctor_faustus @ 21:15 - venerdì, 04 luglio 2008
[...]
...con pertica, remo, bacchetta, asta e bastone,
insomma con tutto, con quel che capita,
(e pure con e la mano magra di morto)
si fa la prova del mondo: si allunga,
lungo il bordo, per capire se ce n’è
ancora di mondo, di quella cosa là:
sì, il mondo. A tastoni, a tentoni,
in quel modo strabuzzato e sp...
[...]